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Ingobbiti, lenti e sbilenchi - Così lo smartphone cambia il nostro modo di camminare


Lo studio inglese: ecco come affrontiamo gli ostacoli mentre siamo impegnati a scrivere messaggi (o a leggerli)
Sempre più un popolo di ingobbiti, lenti e sbilenchi. Attenti più a cosa scorre sul telefonino che a quello che si trova in mezzo alla strada. Tanto che se non s’inciampa o non ci si sbatte contro l’alternativa è aggirare l’ostacolo in un modo innaturale, sovrastimandone le dimensioni, con il rischio di risultare persino ridicoli, andando a scavalcare un gradino di pochi centimetri con una falcata di mezzo metro e con una lentezza innaturale.
La ricerca
Uno studio ha analizzato i comportamenti di chi utilizza lo smartphone mentre cammina per strada, arrivando alla conclusione che non soltanto cambia il modo di camminare — con la schiena piegata in avanti e la cassa toracica più chiusa —, ma anche l’approccio di fronte agli ostacoli fissi: «Il procedere è lento, i tratti più pronunciati e la prudenza maggiore rispetto allo stesso percorso affrontato da una persona che non sta utilizzando il telefonino», sintetizza Matthew Timmis, alla guida del gruppo di esperti del’Anglia Ruskin University che ha curato la ricerca pubblicata sulla piattaforma Plos One. Per studiare il comportamento dell’essere umano il team ha scelto 21 persone senza problemi neurologici e muscolo-scheletrici. Le ha «vestite» con tracciatori oculari e sensori di analisi del movimento e le ha fatte camminare su un percorso lungo il quale avevano fissato un ostacolo alto 13 centimetri. Ogni partecipante ha simulato quattro situazioni diverse per tre volte: camminata senza telefonino, durante una telefonata, durante la lettura di un messaggio e durante la scrittura di un testo.

Gli scenari
I 252 diversi scenari hanno così portato a un esito indubbio. Il primo: più si è «coinvolti» dal cellulare più la velocità tende a diminuire. Il pedone non distratto impiegava circa 5 secondi per completare il percorso, quello intento a scrivere più del doppio. Il secondo risultato: non si dedica abbastanza tempo a esaminare la strada davanti a sé. Chi scriveva una mail guardava sul telefonino per l’88% del tempo, mentre prestava attenzione alla strada soltanto per il 12%. Il terzo effetto-smartphone: maggiore prudenza nell’affrontare l’ostacolo. Se nella modalità «niente telefonino» l’individuo tendeva ad alzare il piede «guida» (quello che avanza) il minimo necessario per non sbattere, in modalità «composizione testo» non solo lo posizionava più in alto del 18%, ma il movimento risultava pure più lento del 40%. Questo perché — dicono gli studiosi — in assenza di un controllo visivo diretto (perché gli occhi sono impegnati sullo schermo) «la camminata a velocità ridotta concede più tempo al cervello per identificare eventuali pericoli e pianificare una risposta adeguata».
Miliardi di mail e messaggi
E all’orizzonte non si vede un miglioramento, dal momento che le vite diventano sempre più digitali. Nel 2017, secondo la società di consulenza Radicati, le email inviate ogni giorno saranno 269 miliardi, buona parte da 1,8 miliardi di telefonini. A questo bisogna aggiungere i 23 miliardi di sms e 60 miliardi di messaggi attraverso Facebook Messenger e WhatsApp.

Camminata 2.0
Secondo una ricerca della University of Delaware (Stati Uniti) pubblicata pochi giorni fa sul Journal of motor behaviour, camminare con lo smartphone in mano, con il capo chino e le dita che scorrono sullo schermo, avrebbe proprio un impatto sul modo in cui ci muoviamo. I ricercatori hanno chiesto a 22 soggetti adulti in salute di comporre dei numeri sui loro smartphone mentre camminavano su un tapis roulant. Che cosa è emerso? «Il team ha visto come i partecipanti fossero indotti a modificare la propria andatura per minimizzare il rischio di caduta e per restare stabili - spiega la dottoressa Lara Castagnetti, osteopata e specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa dell’ospedale Humanitas -. Basta farsi un giro per strada e vedere tanti colli allungati sugli smartphone. Chi passeggia e contemporaneamente naviga o scrive su Whatsapp, ad esempio, innanzitutto rallenta il cammino e poi tende a fare passi più lunghi, con l’ampiezza dell’andatura che si amplia».

Che cosa si rischia nel lungo periodo?
«I rischi per gli arti inferiori sono minimi mentre la parte superiore del busto ne risente di più. Questo perché ci si curva in avanti, si acquisisce l’abitudine a guardare per terra quando si cammina e si antepongono le spalle. In questo modo la muscolatura cervicale si contrae ma non solo. I tendini delle spalle hanno meno spazio a disposizione per scorrere. L’atteggiamento cifotico diventa costante, quasi non rendendosene conto» spiega la dottoressa Castagnetti. Ma le insidie non finiscono qui e indipendentemente dal camminare con lo smartphone sotto gli occhi: «anche le mani sono sottoposte a diverse sollecitazioni, in particolare il pollice. L’infiammazione dei tendini del primo dito è diventata più comune con l’uso massiccio di questi dispositivi. Possiamo dire di trovarci di fronte a una vera e propria “patologia da tecnologia”».

Text neck: tecnologia e cervicalgia
Gli anglosassoni lo chiamano «text neck» o «tech neck»: è l’effetto dell’uso prolungato della tecnologia («tech»), ad esempio al lavoro dietro una scrivania, o del tenere sempre lo smartphone tra le dita, magari per scrivere SMS o chattare («text»), che possono provocare dolori e tensioni a carico di spalle e collo («neck»). Fatica, spasmi muscolari e addirittura cefalea da stress sono i rischi che derivano dall’abuso di tecnologia. «Il consiglio è quello di evitare di camminare con il telefono in mano - dice la dottoressa Castagnetti dell’ospedale Humanitas -. Se invece ci troviamo a utilizzarlo nei lunghi tragitti su tram o metropolitana, anche in questo caso è meglio non curvarsi troppo e troppo a lungo sul dispositivo. Cambiare la posizione, tenendo il dispositivo all’altezza degli occhi per non piegare il collo è utile, così come fare delle pause o avere un collo più “resistente” per prevenire la cervicalgia.

Gli esercizi per il collo
Un collo più flessibile è un collo più sano. «Ci sono degli esercizi con cui è possibile rinforzare la muscolatura estensoria posteriore del collo ma anche, se non soprattutto, quella che stabilizza le scapole» spiega la dottoressa Castagnetti. Ecco due esercizi utili allo scopo: un primo esercizio può essere quello di mettere il palmo della mano sulla fronte ed esercitare due forze opposte: con il capo, come se volesse sbarazzarsi della mano, e con la mano stessa che invece preme. In questo modo il muscolo non si muove ma si contrae e si rinforza. Un secondo esercizio è invece a beneficio delle scapole per evitare che queste sporgano in avanti causando problemi ai tendini (le cosiddette scapole alate): «Distesi sul letto, a pancia in giù, si alzano le braccia posteriormente verso l’alto fin dove si riesce, magari a mezza altezza, con l’accortezza di “chiudere” le scapole. In questo modo lavorano i muscoli stabilizzatori scapolari».

Tablet a letto? Collo sotto tensione
Uno studio pubblicato su Ergonomics e condotto dalla Washington State University (USA) ha approfondito l’effetto dell’uso dei tablet sulla biomeccanica di testa e collo. Il team ha coinvolto 33 individui tra studenti universitari e staff che di solito utilizzano un tablet e ne ha testato le conseguenze in diverse posizioni. Ai soggetti è stato chiesto di leggere o digitare sul dispositivo per 2-5 minuti. L’ipotesi conclusiva dei ricercatori è che l’uso del tablet comporti un aggravio della forza di gravità sul collo rispetto alla postura neutra sopratutto se il tablet è usato in grembo o se disteso su una scrivania. I muscoli del collo, hanno visto, venivano sollecitati da 3 a 5 volte di più. Spesso il tablet lo si poggia sulle cosce, da seduti, o lo si tiene su una superficie rigida, proprio come un libro: «Nel primo caso ci si curva ancora di più mentre nel secondo si tende a flettere la testa. Bene utilizzarlo su un leggio o sfruttando i supporti di cui sono spesso dotate le cover dei dispositivi». Tablet e Pc portatili in molti casi vengono poi usati a letto, con la testa sul cuscino e il dispositivo poggiato sul petto o – nel caso del portatile – più in basso. Un’altra posizione che mette sotto stress il collo: «Il rachide è flesso nella zona cervicale e dunque c’è tensione. Le spalle, invece, non vengono anteposte e quindi non c’è sovraccarico su di esse».

Sulla scrivania attenzione a mouse e tastiera
Per chi lavora al Pc i rischi sono tanti e per diversi motivi. Si è seduti a lungo davanti a uno schermo e inoltre ci sono tanti strumenti che possono causare fastidi o far insorgere dolori se usati in maniera non appropriata: oltre al monitor, ci sono infatti la tastiera e il mouse e quindi le sollecitazioni possono interessare tanto la colonna vertebrale, fino al collo, quanto le braccia, ad esempio. «Paradossalmente però è anche la postazione su cui è più facile intervenire per minimizzare questi rischi - chiarisce la dottoressa Lara Castagnetti -. Pensiamo invece a cosa potrebbe succedere se si dovesse lavorare otto ore con un Pc portatile che invece non offre alcuna possibilità di regolazione, a parte l’inclinazione del monitor. In questo caso bisognerebbe utilizzare dei supporti».
Come rendere comoda la posizione davanti al Pc fisso, invece? «Il monitor dev’essere all’altezza degli occhi, con lo sguardo leggermente in basso; la tastiera esterna dev’essere parallela al bordo del tavolo e a non meno di 20 cm da questo per poggiare gli avambracci sulla scrivania e rilassare le braccia; il mouse, a sinistra o a destra, dev’essere tenuto molto vicino alla tastiera, senza che il polso sia costretto a piegarsi. Importante anche la sedia che deve assecondare le curve naturali della colonna vertebrale e tenere le gambe con le ginocchia ad angolo retto, senza che queste appoggino direttamente alla sedia».




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